Una medaglia e una tenacia d'oro

Trebisonda. Questo il suo nome. Magica, unica, da sogno: è questo il significato del nome di Ondina all'anagrafe, voluto dal padre. Si ispirò all'affascinante scenografia da "Mille e una notte", la città turca di Trabzon. Proprio quel nome forse fu una premonizione o, meglio, un amuleto, per il futuro di questa donna straordinaria, appunto, da Mille e una Notte.
Correre e saltare erano attività quotidiane. Ma non come fanno tutti i bambini: a soli 14 anni vince il primo titolo italiano negli 80 ostacoli, con un fisico filiforme e un viso angelico. La quiete riconoscibile nel profilo, però, non va confusa con una innata voglia di vincere. La sua tenacia da donna moderna ante-litteram, contro schemi e pregiudizi propri di un mondo sportivo maschilista e, contestualmente, di un'epoca che vedeva la donna genitrice e con pochi obiettivi se non quello di creare e accudire un nido famigliare, la portano a consacrarsi nell'Olimpo nazionale come una delle migliori sportive italiane. Le furono negati i giochi di Los Angeles perché unica donna vestita d'azzurro.
Combattè con tutta sè stessa, come fosse una veterana, per essere a Berlino. E ce la fece, superando le reticenze materne e i pregiudizi del tempo. E vinse.
Diventò una gloria italiana (e per il regime di Mussolini, che la pose a simbolo di gioventù "sana e robusta"). Continuò a gareggiare con la stessa determinazione; Chissà quante altre olimpiadi, se la guerra non fosse giunta e avesse spazzato via la serenità civile che lo sport rappresenta.

 

 
 

Incontri che cambiano la vita

"Salve Dottor De Lucchi, vengo da lei perché ho un terribile mal di schiena che mi perseguita ormai da anni e mi limita molto nella mia attività agonistica. Sa, io sono...". "So benissimo chi è lei, non ha certo bisogno di presentazioni. Lei è Ondina Valla, orgoglio della nostra nazione". Era il 1943, sette anni dopo Berlino. Ma il tempo non aveva dissolto ciò che la ragazza bolognese rappresentava nell'immaginario comune. Ondina era ancora lei: la prima medaglia oro olimpica italiana. Questo incontro avvenne in un ambulatorio dell'Istituto Rizzoli di Bologna, celebre per l'ortopedia, dove Ondina decise di recarsi dopo anni e anni di sofferenza fisica causato da questi dolori alla schiena. Qui Gabriele De Lucchi era uno dei migliori medici specialisti. Ma non solo: anche lui era stato atleta di salto in alto. con buoni risultati ali tempi dell'università. Non solo questo accomuna i due giovani: una grande passione, uno per lo sport, l'altro per la medicina fu l'elisir d'amore che unì la coppia. Si sposarono nel 1944, neanche un anno dopo. 35 anni lui, 7 in meno lei. Pasta e fagioli nel menù del ricevimento per pochi intimi. Viaggio di nozze in bicicletta, da Bologna a Padova, dalla città della sposa alle terre originarie dello sposo. Le ristrettezze e le paure dovute all'atmosfera che costellava il nostro territorio e in generale l'Europa; furono le basi che non ostacolarono ma bensì permisero a questa coppia di instaurare un legame unico e, profondamente, d'amore.
 
 

Il matrimonio e il figlio Luigi

La vita di entrambi cambiò drasticamente . Lei lasciò definitivamente l'agonismo professionale anche perché da lì a poco si dedicò completamente al primo e unico figlio, Luigi, nato a Bologna nel '45. Guglielmo invece direzionò i suoi interessi dall'attività scientifica - in cui era un'eccellenza nazionale -a quella dirigenziale del mondo medico che lo condusse ad imboccare insieme alla famiglia la strada che portava verso sud. Nel 1948 il primo trasferimento a Pescara. Verso la fine del ’50 Guglielmo venne chiamato a Salerno per aprire, da primario incaricato,il reparto di Ortopedia degli Ospedali Riuniti; accettò l’invito, ma in questo caso decise di spostarsi da solo, sobbarcandosi i continui viaggi – a quell’epoca per niente agevoli nonostante la sua Lancia Aurelia – tra l’Adriatico e il Tirreno. Decise così, dopo pochi mesi, di rinunciare, e di tornare a Pescara da Ondina e Luigi. Nel '52, ecco un’altra opportunità: inaugurare il reparto Ortopedico nell’Ospedale Civile della vicina Chieti. Vi restò fino a tutto il ’54 sempre con Ondina e Luigi al seguito. Così in pochi anni l'Abruzzo diventò la seconda terra del cuore di Ondina, insieme, ovviamente, alla mai dimenticata Bologna.

 
 

La favola di Villa Fiorita

Così in pochi anni l'Abruzzo diventò la seconda terra del cuore di Ondina, insieme, ovviamente, alla mai dimenticata Bologna. Nel 1955 il definitivo trasloco a L'Aquila dove partì la bella favola di “Villa Fiorita” destinata però a chiudersi improvvisamente dopo otto anni. Il 1° novembre del 1964 la vita di Guglielmo si spegneva in seguito a un ictus, a L’Aquila, la città che lo aveva adottato come il proprio ortopedico. Ondina ci provò a far sopravvivere l’attività della clinica ma in giro non trovò nessuno specialista disposto a farsene carico. A malincuore, così, Ondina dovette rinunciare a qualsiasi progetto. Ondina visse a L’Aquila per il resto dei suoi anni e curiosamente e orgogliosamente, fu anche tedofora d'eccezione quando, più che settantenne, ebbe il compito di portare la torcia del "Fuoco del Morrone" con il quale si compie il rito dell'accesso della fiaccola sulla torre civica della città aquilana. Come in tutte le belle storie nell'ultimo periodo della sua vita Ondina tornò a vivere con il figlio Luigi, Gabriella e i nipoti Claudio e Roberta.

 
 

Un fatto triste

Nel 1978 le era stata rubata in casa, assieme a tutti i suoi trofei, la medaglia aurea berlinese. Fu un dolore incommensurabile: "di quella vittoria mi rimase solo la quercia che veniva data ai vincitori. L'ho piantata a Bologna ed è cresciuta in un'aiuola vicino alla piscina coperta dello stadio". Però, dopo qualche anno, Primo Nebiolo, presidente della Federazione Italiana di Atletica Leggera le donò una riproduzione identica all'originale: una consolazione che di certo emozionò Ondina.

Alcune immagini dalla galleria

Dove ha vissuto

Bologna

Dal 1916 al 1948

Ondina ha amato moltissimo Bologna. Qui è nata e cresciuta e ha gettato le basi per diventare una fuoriclasse dello sport italiano. Fin da giovanissima milita tra le fila della Bologna Sportiva poi la Virtus. Si allena allo stadio di Bologna, che all’epoca portava il nome di Littoriale. Ondina ama il calcio e quando il Grande Bologna gioca allo stadio, lei, dopo gli allenamenti, si nasconde per poter salire sugli spalti a inizio partita. Fino a quando Renato Dall’Ara, presidentissimo del Bologna, le regala un abbonamento, per meriti sportivi. È proprio allo Stadio, che oggi porta il nome di quel glorioso presidente, che Ondina fa piantare la quercia consegnatale sul podio per la sua vittoria olimpica. Il suo legame con Bologna, coi suoi portici, con le sue stradine medioevali, con San Luca rimane immutato anche con il passare del tempo e i chilometri di distanza. Anzi, Ondina negli ultimi anni della sua vita parla spesso della sua nostalgia per quei luoghi che l’avevano vista giovane campionessa. Le cronache dell’epoca riportano le parole di un’emozionata Valla all’arrivo vittorioso nella finale olimpica: “Avevo al collo la mia Madonnina di Bologna… ecco perché ho vinto…”.

 

L'Aquila

Dal 1955 al 2006

Nel 1955 L’Aquila divenne la seconda terra di Ondina. In località Pellino, ai piedi del Gran Sasso, nacque “Villa Fiorita”, una accogliente casa di cura che risultò di fatto la prima clinica ortopedico-traumatologica di L’Aquila e provincia. Oltre a essere la nuova sede di lavoro del marito Guglielmo, diventò di fatto anche la nuova residenza della famiglia De Lucchi Valla. In questo scenario di fervore lavorativo avanzò in primo piano anche la figura di Ondina. Si occupava di varie mansioni gestionali, in particolare di quelle relative alla componente alberghiera, pensando lei in prima persona, ad esempio, all’approvvigionamento e al vettovagliamento con la stessa energia (e stessa precisione) con la quale aveva affrontato gli ostacoli in pista. Tutti la riconoscevano, anche perché girava con una inconfondibile Renault Dauphine rossa. una delle prime in circolazione da quelle parti. Il traguardo dei quarant’anni era arrivato anche per lei, ma il suo fisico si era mantenuto in forma, e anche dopo aver lasciato Bologna non aveva disdegnato la pratica amatoriale dell’atletica. Nel 1952 si era addirittura laureata campionessa abruzzese nel getto del peso.

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